Il timore di avere un attacco di panico in certi luoghi conduce la persona ad evitarli ma maggiori sono gli evitamenti più tempo e impegno occorreranno per superare il disagio.


L’intensità e la frequenza dei sintomi possono condurre con il tempo ad un livello di disabilità più o meno grave, nel senso che la persona tende ad evitare le situazioni che le causano disagio e ad isolarsi, limitando sempre di più la propria vita sociale: i pranzi di lavoro, le uscite con gli amici, le gite con la famiglia, la coda nei supermercati, lo spostamento in luoghi anche limitrofi e altro.
Un’altra paura della quale dobbiamo tener conto è quella relativa alle conseguenze sociali, cioè l’imbarazzo e il disagio che la persona proverebbe, durante un attacco di panico, nel perdere il controllo del proprio corpo, della vescica, oppure svenire, impazzire, mettersi a correre, gridare e altro.
Le principali cause che possono scatenare un attacco di panico sono costituite da fattori stressanti psicologici e fisici, dalle caratteristiche di personalità e dall’iperventilazione.
I fattori stressanti psicologici possono essere costituiti, ad esempio, dalla morte di una persona cara, da un insuccesso nel lavoro o nello studio, da problemi finanziari, da una delusione d’amore, dalla nascita di un figlio; i fattori stressanti fisici, da una malattia, dall’ipoglicemia, cioè un basso livello di zucchero nel sangue che può essere anche causato da una dieta, dall’uso di droghe o alcool.
Allo stress in genere segue un’ansia eccessiva che la persona non riesce a gestire.
Le caratteristiche di personalità possono predisporre agli attacchi di panico: un eccesso di sensibilità ed emotività, la tendenza ad un nervosismo frequente e a preoccuparsi troppo possono produrre in queste persone risposte fisiologiche intense allo stress ed un’attenzione eccessiva alla reazione stessa.
L’iperventilazione o eccesso di respirazione peggiora in modo significativo i sintomi.
Il nostro corpo lavora bene quando vi è equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica: l’iperventilazione conduce ad un eccesso del primo e ad una carenza della seconda che viene eliminata in grande quantità durante l’espirazione; di conseguenza i vasi sanguigni tendono a restringersi ed in particolare quelli che conducono il sangue al cervello.
Quindi con l’iperventilazione arriva una maggior quantità di ossigeno ai polmoni ma una minor quantità a certe aree del cervello e del corpo, dando inizio ad una serie di sintomi quali: mancanza d’aria, sensazione di aver la testa leggera, senso di stordimento, di confusione, di irrealtà, tachicardia, mani sudate, bocca o gola secca e rigidità muscolare.
La famiglia all’inizio è ben disposta ad aiutare il proprio familiare ma con il passare del tempo ed un peggioramento evidente dei sintomi, la situazione diventa sempre più difficile da gestire.
E’ chiaro che un sostegno continuo da parte dei familiari, parenti o amici non fa altro che aggravare il disturbo e condurre ad un aumento delle situazioni che la persona non si sente di affrontare da sola: chiede di essere accompagnata sul luogo di lavoro, a fare degli acquisti, a trovare un parente ed il motivo è sempre lo stesso, quello di poter ricevere aiuto in caso di un presunto malore.
Gli spostamenti quindi rappresentano un ostacolo difficile da superare se si è soli: si cerca di percorrere distanze molto brevi; avere la possibilità di scendere in qualsiasi momento da un mezzo di trasporto per ritornare a casa o recarsi a far visita a un parente che è a conoscenza del nostro disagio.
Un viaggio programmato da alcune settimane è vissuto con ansia fin dai primi momenti fino ad arrivare spesso ad un annullamento al momento della partenza.
Purtroppo l’errore più frequente che viene commesso è quello di nascondere il proprio disagio per molto tempo, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi tanto che a volte solo i parenti più stretti ne sono a conoscenza.


Dott.ssa Maria Pia Santucci