La pubblicità diretta al pubblico dei farmaci inibitori selettivi del reuptake della serotonina ha condizionato la percezione della patologia depressiva.


La maggior parte delle persone ritiene infatti che essa sia un disturbo collegato in maniera funzionale e diretta alla bassa concentrazione di serotonina; con questa visione meccanicistica, dunque, molti sono coloro che ritengono che la guarigione passi solo attraverso la terapia farmacologica.
Ma le informazioni che il pubblico riceve dalle promozioni delle case farmaceutiche sono coerenti con le evidenze scientifiche?
Non esattamente. Lo denuncia un articolo pubblicato sulla rivista Plos Medicine.
Il primo a formulare un legame tra la depressione e i bassi livelli di nerotrasmettitori, in particolare la serotonina, fu Joseph Schildkraut nel 1965; nel tentativo di verificare questa ipotesi si è giunti, negli anni, alla produzione di farmaci che impediscono la ricaptazione della serotonina (SSRI) i quali danno giovamento nel trattamento della depressione.
Tuttavia, nonostante l’uso di questi farmaci, non vi è ancora alcuna ricerca che abbia dimostrato il legame causale e diretto tra la ridotta concentrazione di serotonina e lo sviluppo di manie depressive.
La classe medica attualmente è concorde nel ritenere che la depressione sia un disturbo multifattoriale e che, come tale, per essere curata abbia bisogno di un approccio sia farmacologico che comportamentale.
In un documento ufficiale del US National Institute of Mental Health Laboratory of Clinical Science si dichiara che "l’efficacia degli inibitori del reuptake della serotonina non può essere usata come una evidenza univoca che le disfunzioni di questo neurotrasmettitore generino la patologia"; in sostanza il fatto che l’aspirina curi il mal di testa non prova che il dolore sia dovuto a bassi livelli di acido acetilsalicilico nell'organismo.
Nonostante la posizione della scienza ufficiale il messaggio passato al grande pubblico è stato distorto.
Quella che viene definita ipotesi serotoninergica ha ormai preso piede nell’opinione pubblica.
In questo hanno giocato un ruolo fondamentale le campagne pubblicitarie dirette al pubblico che, soprattutto negli USA, hanno diffuso la percezione che per vincere la depressione può bastare una pillola.
Negli Stati Uniti aumenta il numero di pazienti diffidenti nei confronti di quei medici che propongono una terapia congiunta comportamentale e farmacologica.
Nessuna di queste campagne pubblicitarie, però, fa cenno con altrettanta dovizia di particolari agli effetti collaterali di questi farmaci o alla necessità di terapie psicologiche di sostegno a quella farmacologica.
Secondo gli autori dell’editoriale su Plos Medicine questa è una vera "distorsione" del messaggio in merito alla malattia che, peraltro, va contro la legge.
La Food and Drug Administration, l’organo statunitense per il controllo e l’approvazione di nuovi farmaci, esige che le informazioni promozionali sui farmaci non siano "false o distorte". Ma perché, se alcuni spot non rispettano le regole della FDA, possono comunque essere diffusi attraverso i media?
L’arcano è tristemente spiegato: la FDA non visiona le campagne pubblicitarie prima dell’uscita ma, in caso di non coerenza con le linee-guida, può sanzionarle dopo averne preso visione, insieme agli altri milioni di cittadini.
Dal 1997 la FDA ha inviato 10 lettere di richiamo nei confronti di industrie farmaceutiche le cui campagne di informazione non corrispondevano ai criteri richiesti.

Bibliografia. Lacasse JR et al. Serotonin and depression: a disconnect between the advertisements and the scientific literature. Plos Medicine 2007;1211-6.