Non è facile uscire da una patologia come l’anoressia nervosa perché la forza di volontà non basta.


Il forte stato di carenza nutrizionale, in chiunque sia affetto da anoressia nervosa, rende sempre più difficile riuscire a modificare quelle convinzioni disfunzionali che stanno alla base del disturbo. Solamente seguendo una terapia con impegno si può combattere e vincere una dura battaglia che ha i connotati dell’anoressia nervosa.
L’eccessiva attività fisica, praticata come un rituale per alcune ore ogni giorno, diventa una catena pesante dalla quale è difficile liberarsi.
Così diventa una routine il fatto di evitare qualsiasi tipo di impegno che limiti la possibilità di compiere del movimento, come mi raccontava una giovane imprenditrice che non avrebbe rinunciato per nessun motivo alle quattro ore quotidiane di palestra, pena una conseguente restrizione dell’assunzione di cibo.
La libertà di scelta di intraprendere una dieta, a poco a poco, lascia il posto alla schiavitù di eseguire tutto quello che si ritiene necessario per raggiungere il peso ideale.
E la famiglia come reagisce? Rimane perplessa di fronte all’atteggiamento di una persona che continua a dimagrire e lo imputa ad un capriccio, ad un rifiuto consapevole di cibo. La persona magra diventa così l’imputata in un processo in cui tutte le prove sono contro di lei: la persistenza di una serie di comportamenti attuati per esasperare una situazione a discapito della pace e dell’armonia familiare.
Tutti noi vorremmo che parole come “malattia”, “disagio” o “patologia” non facessero parte della nostra vita e spesso la negazione dello stato di malessere diventa l’unico appiglio al quale aggrapparsi.
E’ essenziale quindi la presa di coscienza da parte della famiglia di dover ricorrere ad una terapia per combattere l’anoressia nervosa e non imputare la difficoltà di ripristinare un regime alimentare regolare alla mancanza di volontà dei figli.
I genitori possono essere di grande supporto alle persone più giovani nel percorso di guarigione ma la prima cosa da fare dovrebbe essere quella di sostituire un atteggiamento critico e di incomprensione, che incide negativamente sulla cura, con uno di incondizionata accettazione.


Dott.ssa Maria Pia Santucci