Il bambino tra gli otto e i dieci mesi presenta normalmente reazioni ansiose se separato dalla madre o in presenza di un adulto estraneo. E’ questa un’età nella quale si sviluppano le capacità di locomozione e di spostamento e questo tipo di ansia avrebbe la funzione di salvaguardare il bambino eccessivamente intrepido.


I segnali di sicurezza sono associati alla presenza della madre; il sistema di allerta invece viene attivato dalla presenza di uno sconosciuto.
Al di là di questa reazione normale, ci si è chiesti se alcuni atteggiamenti del bambino che si confronta con situazioni nuove possano già richiamare il fenomeno dell’ansia sociale e quindi pronosticare l’insorgenza di quest’ultima in età adulta.
Dopo svariati studi si è arrivati alla conclusione che a partire da una predisposizione costituzionale che si manifesta fin dai primi mesi di vita mediante una reattività accentuata verso situazioni nuove, comparirebbero manifestazioni di inibizione comportamentale intorno all’età di due anni destinate a evolvere verso l’ansia sociale.
Uno dei maggiori studiosi in questo campo, Jerome Kagan dell’Università di Harvard, afferma che il 15-20 per cento dei bambini di razza bianca nasce con questa predisposizione a manifestazioni di inibizione comportamentale associate alla timidezza; egli ipotizza una disfunzione a livello dell’amigdala che si attiverebbe in modo particolare in situazioni di stress.
La possibilità di passare da comportamenti inibiti a comportamenti non inibiti è comunque superiore a quella inversa anche perché la predisposizione a sviluppare ansia sociale tende ad attenuarsi per l’effetto di fattori acquisiti, educativi e ambientali.
L’ereditarietà dell’ansia sociale è stata dimostrata: nel caso di individui che soffrono di fobia sociale, le possibilità che un loro parente di primo grado presenti tale disagio sono triple rispetto a quelle della popolazione generale; inoltre se i genitori sono timidi o ansiosi è molto probabile che il bambino adotti comportamenti simili.
All’origine del disturbo a volte vi può essere un evento che viene vissuto come un trauma: un’umiliazione subìta davanti a molte persone, come ad esempio essere derisi dai compagni o ripresi dall’insegnante a scuola per qualche motivo di fronte all’intera classe.
Alcune volte accade che sia la famiglia a vietare o a limitare al massimo i contatti con l’esterno come pure ad ostacolare le visite a casa da parte di amici e tutto ciò impedisce al bambino di acquisire familiarità con le interazioni sociali di vario tipo.
Alcuni genitori pur non manifestando ansia sociale trasmettono ai figli alcune regole che possono indurre nei figli una certa diffidenza nei confronti degli altri poiché li hanno sempre descritti come un pericolo, una minaccia, non degni di fiducia oppure invitando i propri figli a porre attenzione a quello che gli altri potrebbero pensare di lui e quindi a tener conto delle apparenze.
E’ molto importante riuscire a sviluppare le proprie competenze sociali al fine di imparare a padroneggiare le varie situazioni: diventare quindi più protagonisti e meno spettatori poiché l’azione conduce ad una diminuzione della sensazione di tensione e di stress.
Purtroppo oggi l’uso sempre più frequente del telefono, di Internet e dei negozi self-service porta ad un evitamento sempre crescente di un confronto diretto con le varie situazioni sociali e ad un maggiore isolamento.


Dott.ssa Maria Pia Santucci